mercoledì 16 settembre 2009

Esercizi di stima.

- È arrivata una nuova account.
- Eh.
- Non sono più l’ultima arrivata
- Eh.
- Ha due gran tette.
- Eh.
- E ora nessuno si accorge nemmeno che ci sono.
- …
- …
- Vedila così.Tu sei un copy.
- Ok.
- Tu sei la creativa.
- Ok.
- Tu Sei la cartola.
- Ok.
- Lei è solo una che si veste meglio di te.

mercoledì 9 settembre 2009

Forse non sei figa abbastanza.

L’occasione è il compleanno di una persona che non conosco. Il collegamento un amico di bergamo che mi ha detto “vieni anche tu, figa” (perché nella grammatica bergamasca la parola figa sostituisce la punteggiatura alla fine di qualsiasi frase).

Il festeggiato è tale T.,faccia da tronista, banconote da 100 che gli escono dalle orecchie e ragazzina ventenne biondissima  magrissima e tiratissima al seguito. Il tutto avvolto in un mistico alone di cocaina.

Il posto è un ristorante di proprietà di un certo calciatore e soci, i quali, essendo coscienti di non essere propriamente degli esteti, avrebbero anche potuto investire in un interior designer, in un geometra, in una cugina con un minimo di gusto.

Non l’hanno fatto, ma la cosa non sembra preoccupare la clientela costituita da veline e modelline alte 7 metri con culi di cemento armato e tette che sfidano le leggi della gravità.

Il mio collegamento mi avverte "guarda che io e il T. siamo cresciuti insieme ma poi le nostre strade si sono divise figa", "guarda che lui vive in sto mondo qui però in realtà è diverso figa", "guarda che è un ambiente di merda però per una sera beviamo, ci divertiamo figa".

Placidamente, ubbidisco. Il vino, due montenegro e due rum e pera in effetti mi aiutano, dandomi quel distacco necessario a guardare la scena come se fosse una puntata di Superquark.

Però mi sento odiosa, figa.Inutilmente spocchiosa e senza alcun valido motivo. Per una volta nella mia vita posso anche tentare di integrarmi. In fondo il mio collegamento è una persona a posto, molto simile a me, se lo fa lui posso farlo io. Solo che nel bel mezzo del mio processo di mimetizzazione arriva questo tizio che si rivela essere il manager di varie ragazzine della tv. Mi si siede accanto con la sua camicia nera inamidata, il suo pizzo ben curato e il su ambizioso tentativo di mascherare la stempiatura con un’onda di capelli sapientemente posizionata. Mi guarda ed esordisce con un “quanti anni hai? 29? Troppo vecchia per la tv”. Ok, datemi da bere. Ma Cute Ambiziosa ha ancora molto da raccontare "le modelle negre saranno anche bone però bisognerebbe metterle nella candeggina. Io una così non me la faccio neanche morto". Ragazza fortunata, vorrei replicare, e invece ordino un altro rum e pera. Ammetto che protetta da uno scudo d’alcol potrei davvero dirgli cosa penso di lui, ma sentendo il mio accento terrone il Nostro proverebbe di certo a incenerirmi brandendo una collana d’aglio. Mi alzo per andare in bagno e il festeggiato T. mi fa un gesto impercettibile, così impercettibile che potrei anche averlo frainteso. Anche qui vorrei parlare: “Ti sembro un tipo da cocaina, io? Se proprio dovessi decidere di annientarmi nel cesso di un locale punterei sull’eroina, no? Più bohemien, più plateale, decisamente più rock’n’roll.” E invece taccio anche stavolta, forse perché in realtà non sono neanche un tipo da eroina. E di fatti torno a casa, metto i miei 29 anni davanti allo specchio, sollevo un dito medio alla salute di Cute Ambiziosa e poi crollo tra le braccia della verde consolatrice.

 

martedì 1 settembre 2009

L'integralista del mare.

Certe cose ti fanno tornare la voglia di scrivere. Fanno bene e fanno male. Bene, perché in due settimane scopri che forse anche tu hai un posto nel mondo. Male, perché per le restanti 46 settimane hai la lucida consapevolezza di essere altrove. Non è la solita sviolinata post vacanze. Va bene, sì, lo è. Ma c’è qualcosaltro. E quel qualcosa giace nel solco sottile che separa una vacanza da un viaggio. 

Questa estate ho viaggiato. Due settimane al centro di agosto, come tutti i lavoratori medi. Croazia, barca a vela. Non sarà mica una cosa strana. Ma il viaggio è avvenuto fuori e dentro. Dritta sul ponte di un Bavaria 50 ( sì, diportisti, un Bavaria, Cenerentola di tutte le barche, ma vedete non è questo il punto), dicevo dritta sul ponte di quel benedetto Bavaria, muso contro vento e pelle alla salsedine, occhi puntati su un blu senza fine e senza scampo, e sotto acqua, acqua e ancora insesorabilmente acqua, ho sentito scattarmi qualcosa nelle viscere e nella testa e nel cuore. Contemporaneamente. Click. Ed è stato come tornare a casa dopo anni di guerra. 

All’improvviso eccoli incastrati tutti i pezzi scombinati dell’esistenza, addomesticati i picchi di quella rabbia congenita, placate le ondate nauseanti di inquietudine, affogata la scontentezza, la noia, l’insofferenza. Click. Il cemento. Lo stipendio. I semafori e le convivenze forzate. Click. Le bugie. I sissignore. L’aperitivo per mandare giù la giornata. E allora ti domandi se ognuno in qualche modo non debba seguire la sua strada. Mi hanno dato dell’integralista del mare, definizione che mi sento cucita addosso e voglio portare in giro  con orgoglio, come il vestito della domenica. Perché ce ne saranno di persone che si sentono fuori posto nel mondo, ma io davvero sono la regina di tutte loro. Non sono mai dove vorrei essere, non faccio mai la scelta che vorrei fare, anche se si trattava di quello che ho voluto per anni. Mi sveglio tutte le volte con l’uomo sbagliato, anche se tutte le volte è l’uomo che ho scelto. Torno in una casa che non è la mia casa anche se mi tiene al riparo da sempre, passo giornate con facce, mani e jeans alla moda, non con persone, perché le persone che contano per me sono sempre altrove (a proposito, mi mancate). Faccio cose nuove e loro diventano vecchie, in un attimo, già viste, già provate, inutili. Apro un blog e lo abbandono all’oblio della rete perché scopro con orrore che non ho nulla dire. 

Ecco. C’è un momento in cui tutto questo perde significato. In cui le uniche cose vere sono le cose che possono accadere in un mondo lungo sedici metri, che continua a girare al centro di un universo d’acqua: anche oggi c’è il sole, facciamo un bagno più in là, stappa quella birra, mai visto un cielo così, nuota e vedrai che ti passa il freddo, i ricci vanno sciacquati nell’acqua di mare se no non vale, il prodigio del plancton fosforescente come le lucciole mentre fai il bagno di notte, chi porta le cime a terra, fammi un po’ di posto, voglio un tuffo a forma di Z, andiamoci a nuoto, raccontami ancora quella storia.

Mi sono chiesta se c’è un modo per poter vivere sempre così, in mezzo all’acqua, senza scarpe e con lo stretto necessario. Forse no, o forse sì con quel grande coraggio delle decisioni estreme che forse a me manca. Nel frattempo, per mia scelta, sono tornata nel cemento e nelle scarpe, però almeno ho scritto un post, il primo dopo 5 mesi. Ne sarà pur valsa la pena.

Oblio selettivo. Nietzsche diceva che possiamo scegliere cosa vogliamo dimenticare. Facciamo che solo per oggi dimentico il cemento e le scarpe e la mia vita sotto un tetto di mattoni. Così, ciò che resta è la mia vita sotto un tetto di stelle. 

 

   

martedì 21 aprile 2009

Come se non ci fosse un domani.

Yeah, the night's not over, you're not trying hard enough.

 

Ore 22.30 di un sabato pieno di pioggia. Stai salendo su un pullman insieme ad altre 15 persone. Nulla di strano se non fosse che non siete né una scolaresca, né un gruppo di pensionati in gita a Montecatini, ma una variegata compagine italo –svedese,

Ore 23.00. All’altezza del penultimo tornante sei sotto la pioggia con i fari del pullman negli occhi in attesa che l’autista Rocco, sfrizionando come un disperato, compia il miracolo e cammini sulle acque.

Ore 00.15. Ti aggiri con una lattina di Moretti in mano pensando che dopo l’ascesa ai colli ti meriteresti almeno di assistere alla moltiplicazione delle bottiglie di vodka. Incroci di sguardi perplessi, un accenno di piede che batte il tempo di un pezzo mai sentito.

Ore 1.15 “the world is a vampire…” “every day I love you less and less…”, “people they don’t understand…”. “I said please don’t slow me down if I’m going too fast”. Ci siamo . Here we are now. Ed è anche arrivata la Vodka.

Ore 2.30. Tre piccole mongolfiere colorate prendono il volo sulle colline. Guardando giù, nel buio, vedono una informe  e malferma macchia nera di teste umane che guardano in su, di mani umane che  si cercano, di piedi umani che incespicano nell’ortica.

Ciò che succede dalle 3 alle 4.30 non è dato di sapere.

Ore 4. 35. Cammini al buio su uno sterrato disastrato alla ricerca dell’autista Rocco, sacrificatosi per tutti voi sulla croce di una notte in solitudine e senza neanche un birretta. Stai cantando Where is my mind, where  is my mind, wheeeeeere is my mind e ciascuna creatura  animale, vegetale o minerale nel raggio di 500 mt. invoca il fulmine come soluzione finale per te e la tua razza canterina. Davanti a te, L. sgambetta da una parte all’altra in modo del tutto scoordinato. Più tardi qualcuno osserverà, con una potente immagine metaforica, che era come se  avesse due marmotte vive al posto dei piedi.

Ore 6.05. Luce livida dell’alba. Emicrania. E nessuno si permetta più di dire che la domenica mattina la spreco a dormire.

 

Appendice.

Domenica. Ore 13.45. In una Via Belle Arti desolata, fradicia e puzzolente di piscio, una schiera di 10 bambini muniti di tromba compare come una visione marciando fieramente al suono di “When the saints go marching in”. C’è un’unica spettatrice. Occhiali scuri, passo incerto, ed una napoleonica mano appoggiata sul fegato. 

mercoledì 15 aprile 2009

Deportazioni

- Buongiorno, un documento, prego. 
- Ecco.
- Lei va a Linate?
- Sì.
- Benissimo allora questa è la sua carta di imbarco, uscita 5, imbarco immediato.
- Scusi...
- Sì?
- Qui c'è scritto destinazione Torino..
- Esatto.
- Ma io devo andare a Linate.
- No signorina lei deve andare a Torino, glielo posso assicurare.
- Ma...lei me l'ha anche chiesto se andavo a  Linate!
- Signorina mi scusi ma perché non vuole andare a Torino, è una città meravigliosa, per le Olimpiadi l'hanno valorizzata molto, si faccia un giro al museo egizio, ne vale la pena. Adesso mi scusi ma c'è gente che aspetta.
- No adesso io sto qui finché non mi dice perché mi mandate a Torino. 
- Perché lei fa quello che dice Alitalia, va bene? 
- Ah. In pratica mi state deportando.
- Deportando. Che paroloni. Cosa ci troverà poi in Milano, che ci vuole tanto andare....

lunedì 13 aprile 2009

Quanto?

Davvero devo scrivere qualcosa tutti i giorni? Non ho la costanza, questo esperimento durerà poco. Lo so. Miei innumerevoli lettori immaginari, non datemi fiducia.

domenica 12 aprile 2009

Nascita

Le strade familiari, gli incroci trafficati, le piste ciclabili, le case dove hai vissuto, l'odore della cannella, i gatti neri, le persone di cui non ricordi il nome, le storie incredibili, le autocritiche, i giudizi spietati, la Mini rossa, le notti bolognesi, i risvegli milanesi, l' A14, le finestre sul mare, la rassegnata accettazione della pioggia, spalare la neve per la prima volta nella tua vita, comprare un cd da Nannucci, il babbà con la crema, a piedi a San Luca, i cambiamenti, chiedere scusa e non crederci, headline baseline bodycopy, l'apnea, tornare a credere in qualcosa, i bassi nell'album dei Pontiak, le bici originali degli anni '70 mica quelle che ti spacciano per vintage, tonificare i glutei, Strada Maggiore prima di Natale, la nebbia in Piazza Santo Stefano, la nebbia in via Bramante, 22 giugno in treno, l'inquietudine, la sfiancante certezza che non sia ancora il momento, i vantaggi di una doppia vita per non parlare di una tripla, le migrazioni, far parte di un gruppo senza saper suonare nessuno strumento, sentirsi parte di qualcosa, hai sbagliato ancora una volta, disfare le valige, aprire un blog, non chiudere mai con il passato, i tetti di Via Belle Arti, il senso di possesso, le mani in faccia, tutte le bugie che hai detto, il carisma di alcuni, il rapporto con i tuoi genitori, i riccioli biondi, i legami, le albe allucinate, la punta rossa della sigaretta, le cose che cambieresti se solo, la noia, la gente a cui spaccheresti i denti a testate, i vodka tonic quando tutto sembra perduto e ti senti un'eroina lynchana, le lenzuola sporche di pianto, i Pan di Stelle e la Donna Cannone, guardarsi allo specchio e pensare "stasera sono il re", i concerti dei gruppi sconosciuti, il necessario snobismo musicale senza il quale non potresti darti un tono, la solitudine quando fa male, la solitudine quando fa bene, i film in lingua originale, il mare in sala da pranzo. Il circuito affascinante.