martedì 1 settembre 2009

L'integralista del mare.

Certe cose ti fanno tornare la voglia di scrivere. Fanno bene e fanno male. Bene, perché in due settimane scopri che forse anche tu hai un posto nel mondo. Male, perché per le restanti 46 settimane hai la lucida consapevolezza di essere altrove. Non è la solita sviolinata post vacanze. Va bene, sì, lo è. Ma c’è qualcosaltro. E quel qualcosa giace nel solco sottile che separa una vacanza da un viaggio. 

Questa estate ho viaggiato. Due settimane al centro di agosto, come tutti i lavoratori medi. Croazia, barca a vela. Non sarà mica una cosa strana. Ma il viaggio è avvenuto fuori e dentro. Dritta sul ponte di un Bavaria 50 ( sì, diportisti, un Bavaria, Cenerentola di tutte le barche, ma vedete non è questo il punto), dicevo dritta sul ponte di quel benedetto Bavaria, muso contro vento e pelle alla salsedine, occhi puntati su un blu senza fine e senza scampo, e sotto acqua, acqua e ancora insesorabilmente acqua, ho sentito scattarmi qualcosa nelle viscere e nella testa e nel cuore. Contemporaneamente. Click. Ed è stato come tornare a casa dopo anni di guerra. 

All’improvviso eccoli incastrati tutti i pezzi scombinati dell’esistenza, addomesticati i picchi di quella rabbia congenita, placate le ondate nauseanti di inquietudine, affogata la scontentezza, la noia, l’insofferenza. Click. Il cemento. Lo stipendio. I semafori e le convivenze forzate. Click. Le bugie. I sissignore. L’aperitivo per mandare giù la giornata. E allora ti domandi se ognuno in qualche modo non debba seguire la sua strada. Mi hanno dato dell’integralista del mare, definizione che mi sento cucita addosso e voglio portare in giro  con orgoglio, come il vestito della domenica. Perché ce ne saranno di persone che si sentono fuori posto nel mondo, ma io davvero sono la regina di tutte loro. Non sono mai dove vorrei essere, non faccio mai la scelta che vorrei fare, anche se si trattava di quello che ho voluto per anni. Mi sveglio tutte le volte con l’uomo sbagliato, anche se tutte le volte è l’uomo che ho scelto. Torno in una casa che non è la mia casa anche se mi tiene al riparo da sempre, passo giornate con facce, mani e jeans alla moda, non con persone, perché le persone che contano per me sono sempre altrove (a proposito, mi mancate). Faccio cose nuove e loro diventano vecchie, in un attimo, già viste, già provate, inutili. Apro un blog e lo abbandono all’oblio della rete perché scopro con orrore che non ho nulla dire. 

Ecco. C’è un momento in cui tutto questo perde significato. In cui le uniche cose vere sono le cose che possono accadere in un mondo lungo sedici metri, che continua a girare al centro di un universo d’acqua: anche oggi c’è il sole, facciamo un bagno più in là, stappa quella birra, mai visto un cielo così, nuota e vedrai che ti passa il freddo, i ricci vanno sciacquati nell’acqua di mare se no non vale, il prodigio del plancton fosforescente come le lucciole mentre fai il bagno di notte, chi porta le cime a terra, fammi un po’ di posto, voglio un tuffo a forma di Z, andiamoci a nuoto, raccontami ancora quella storia.

Mi sono chiesta se c’è un modo per poter vivere sempre così, in mezzo all’acqua, senza scarpe e con lo stretto necessario. Forse no, o forse sì con quel grande coraggio delle decisioni estreme che forse a me manca. Nel frattempo, per mia scelta, sono tornata nel cemento e nelle scarpe, però almeno ho scritto un post, il primo dopo 5 mesi. Ne sarà pur valsa la pena.

Oblio selettivo. Nietzsche diceva che possiamo scegliere cosa vogliamo dimenticare. Facciamo che solo per oggi dimentico il cemento e le scarpe e la mia vita sotto un tetto di mattoni. Così, ciò che resta è la mia vita sotto un tetto di stelle. 

 

   

3 commenti:

  1. Stronza. E io non c'ero. Io sono un tutt'uno col cemento e me ne vanto, tiè. La tua acidissima Laviolenza.

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  2. Fumo.....numerounodellavacanzaaliseitidovrebbedaredeisoldi.....grazie per esserci stata

    Bavaria 50

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  3. posso dire solo una cosa:gnegne

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